A man places a rope in a Lufthansa Aluminium Collection suitcase behind the helm of a sailing ship

Cile

Mister Capo Horn

54° 56' 06.2" S 67° 37' 06.3" W

Albatros, balenottere e il richiamo della natura selvaggia

La fine del mondo è la sua seconda casa, nessuno come lui conosce i venti e le tempeste del profondo sud della Terra del Fuoco: Osvaldo Torres ha circumnavigato in prima persona il capo più tristemente noto del mondo per più di cento volte. Oggi fa salire a bordo della sua imbarcazione ospiti e ricercatori che vogliono esplorare il regno dei ghiacciai e delle balene.
Road sign with the place name “Puerto Williams” by the water and sailing boats lie in a small harbour in front of wooded hills
Stasera l’ultima birreria prima di Capo Horn è chiusa. I velisti e i marineros in questo momento hanno ben altro da fare che concedersi una birra fredda. Stanotte è prevista burrasca, 80 nodi da sud-ovest, più di un uragano. Il consueto inferno di quaggiù, alla Fin del Mundo.

“Una condizione meteo tipica”, dice Osvaldo Torres. “Un susseguirsi continuo di aree di bassa pressione”. Torres indossa un piumino verde con un grande cappuccio. Al bisogno, può nasconderci dentro la testa, come in una tana calda.

Torres conosce bene i venti, le onde, la solitudine. Conosce gli scogli di quaggiù, il paese a sud del quale non ci sono più case e non esistono più strade. Conosce gli albatros, le balene. E sa un’altra cosa: qui, sul canale di Beagle, può ancora andare. Ma più giù, sul capo più meridionale del mondo, i venti soffiano a molto più di 100 nodi. Forza del vento: 16.

Gli uomini e le donne che lavorano nel porto turistico più a sud del mondo calano le cime, assicurano le loro imbarcazioni con ormeggi doppi e tripli perché la notte tutto tenga. Sul versante di sopra le luci delle lanterne cominciano a tremolare, un primo acquazzone avanza nel villaggio. Puerto Williams è la località più australe del mondo e in primo luogo una base navale cilena. Qui ci sono due supermercati, due ristoranti, qualche pensione per gli appassionati di trekking che vengono da molto lontano. A parte questo, solo un paio di casupole sghembe.
Sailing boats lie in a small harbour in front of wooded hills

Monti bianchi e baie azzurre, il cielo come un dipinto fatto di nuvole. La bellezza sferzata dal vento della Terra del Fuoco si è fatta saga.

Aerial view of a mountain range with an extensive glacier


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Rusty shipwreck rises from the sea in front of a sailing boat
Siamo nella regione di Magallanes, nella provincia di Cabo de Hornos. A sole 60 miglia marine si trova quello scoglio immerso nel mare e diventato mitico, teatro di innumerevoli storie di naufragi: Capo Horn. Il Monte Everest dei naviganti. Il cimitero di navi più famoso al mondo.

Chi parte dalle latitudini più miti della Germania deve mettere in conto più di venti ore di volo per arrivare qui. Alla punta meridionale del Sudamerica dove, oltre la Patagonia, dai cinque gradi del freddo oceano spuntano solo pochi frammenti di terra. I cormorani volano sospinti dal vento, orche e megattere attraversano il Canale di Beagle. Di fronte si ergono i monti dell’Argentina. Pendici coperte di ghiaccio e di neve.

Un tempo, i clipper e i grandi velieri lottavano per settimane nella tempesta per circumnavigare il capo. Qui, nell’arco dei secoli, sarebbero affondate ben 800 navi, facendo annegare 10.000 marinai. Charles Darwin una volta aveva detto riguardo a questa regione: “Persino il diavolo si congelerebbe in questo inferno.”
La mattina dopo. Raffiche di vento sferzano gli alberi, sulla baia di fronte a Puerto Williams l’acqua bianca vola. Osvaldo Torres è seduto nel salone di un vecchio battello a vapore, utilizzato nella foce del fiume come ultima base prima del capo. La Micalvi è l’ultimo approdo prima del mare glaciale. Osvaldo Torres rovista in una pila di mappe di Capo Horn. Con lo sguardo percorre ghiacciai e fiordi, i selvaggi territori marini tra Punta Yamana e Bahía Desolada.

È un uomo di poche parole. Qui lo conoscono tutti. Nessuno più di lui ha percorso a vela la leggendaria fine del mondo. Ormai è arrivato a 114 circumnavigazioni. Non a caso lo hanno soprannominato Mister Capo Horn.
A man studies nautical charts in a wooden ship’s cabin

Per Torres questo inospitale angolo del pianeta non è un record da battere o una meta superlativa, ma un rifugio di libertà.

Two men lift a Lufthansa Aluminium Collection suitcase on board a sailing yacht
Chi vuole arrivare al Goya III, il veliero di Osvaldo Torres, deve salire su cinque navi. Uno yacht lungo 16 metri, realizzato in resistente fibra di vetro. Torres sale a bordo, salta la cassa posteriore e si mette al cockpit.

Può imbarcare fino a sei passeggeri. Ospiti provenienti da ogni parte del mondo, che vogliono per una volta veleggiare quaggiù, nella regione di Capo Horn, e vedere con i propri occhi una natura che incute rispetto. Tra loro vi sono velisti e non velisti, ricercatori e cineasti, amanti dell’avventura che vedono nella fine del mondo una destinazione da sogno, ma inaccessibile.

Tra cinque giorni salirà a bordo un oceanografo spagnolo che vorrebbe fare rotta verso i ghiacciai cileni a ovest del canale di Beagle. Per Torres questi giri, certo, sono viaggi su commissione, ma sono anche e soprattutto un affare di cuore. Fin da bambino, infatti, è innamorato di Capo Horn.
Hundreds of cormorants sit on rocks with a mountain backdrop
Two people stand at sunset at the helm of a sailing yacht
Per lui la fine del mondo ha significato un nuovo inizio. Un’opportunità di definire gli orizzonti personali della sua vita. Anche per questo lo chiamano Mister Capo Horn. Perché per Torres questo selvaggio angolo del globo non è un record da battere o una meta superlativa, ma un rifugio di libertà.

La Fin del Mundo, la vastità non antropizzata del sud più profondo del Cile, non è solo il paesaggio delle sue nostalgie. È il riflesso del suo coraggioso e avventuroso percorso di vita.

Mentre prepara lo yacht, Torres racconta di orche e di balenottere. Fuori infuria il vento. Pioggia, rovesci, grandine, sole, nuvole. O come dice la gente del posto: “Se non ti piace il tempo che fa da noi, aspetta cinque minuti.”
Torres la ama, questa grande e fredda solitudine. La terra e il mare una volta sono stati la sua salvezza, anche se allora ancora non lo sapeva. Però è successo. Le storie di Capo Horn, questa bellezza totale sferzata dal vento alla fine del mondo; per Osvaldo questa saga non è stata solo una tentazione, ma è diventata un’ancora di salvezza in una gioventù che ha segnato il suo destino.

Osvaldo Torres è cresciuto in un villaggio di montagna sulle Ande, dove i genitori fuggirono insieme a figli per sottrarsi alla dittatura dell’era di Pinochet. Il paese era tormentato da morte e torture. In quegli anni bui tantissime persone sparivano, diventando Desaparecidos.

Il piccolo Torres, allora magro come un chiodo, trascorse la sua gioventù per necessità vicino a Huépil, un paesino minuscolo ai piedi dell’innevato vulcano Antuco. Una regione povera e frugale, in cui la famiglia trovò rifugio. Era una terra di pastori, molti dei bambini non avevano mai visto un’auto in vita loro. Ma una cosa si fece subito chiara al giovane Torres: non voleva fare il contadino, non voleva sottomettere la sua vita alle strutture arcaiche delle Ande cilene.
A man sits in an inflatable boat on calm water
A man stands at the helm of a sailing yacht with a Chilean flag
Il ragazzo sogna. E ce la fa davvero poi a evadere da quella vita. Il suo insegnante di geografia gli dà dei libri, tanto materiale da leggere, mappe. Torres sente parlare per la prima volta di Capo Horn e di tutte le storie leggendarie che ruotano intorno alla fine del mondo.

Ha 14 anni quando presenta domanda in Marina e inizia una formazione durissima. Diventa il soldato più giovane della Marina cilena. Il resto è storia. Una biografia straordinaria. Un percorso che lo trasforma da ragazzo confinato in montagna a uomo navigato che ne sa una più del diavolo.

Torres completa la scuola della Armada de Chile. Bagni gelati al mattino, un rigido addestramento quotidiano sulla piazza dell’appello. In poco tempo si imbarca su una fregata nel Pacifico, diventa marconista decorato e sostiene a pieni voti altre prove. A quel punto la strada è aperta. Torres può cercarsi un lavoro

Lo chiamano Mister Capo Horn. È un uomo di poche parole. Qui lo conoscono tutti. Nessuno più di lui ha circumnavigato a vela la Fin del Mundo.

E allora si fa trasferire: volontario a Capo Horn. Fa il guardiano del faro, vivendo per due anni in assoluta solitudine nella natura inclemente. Deve raccogliere la pioggia. Il cibo gli arriva da un elicottero, la corrente da un generatore. Ma Torres è felice nel mondo disabitato. Trova un ambiente selvaggio, così come l’aveva sognato da ragazzo.

Prende sempre più confidenza con la regione di Magellano. Il Canale di Beagle, i fianchi della montagna sferzati dal vento della Isla Wollaston. Alla fine Torres non si trattiene solo due anni. Resterà fedele a questo luogo magico per sempre. Prima con la Marina, poi come guardiano del faro, e ancora come skipper. E alla fine come capitano del suo yacht personale, che si è costruito lavorando duramente nel corso degli anni.

Una vita che ha dell’incredibile. Non certo adatta a chi è debole di nervi.
A white sailing yacht with sails set glides through a calm bay
A man studies weather charts on a display in a cabin at dusk
Torres chiude il boccaporto, percorre la scaletta e scende nel salone del suo Goya III. Fuori imperversa un acquazzone, la bandiera del Cile a poppa sventola all’impazzata nel vento. “È solo una raffica di vento”, dice Torres. “Niente di grave.” Ormai sono più di 25 anni che percorre i territori di mare intorno al capo più famoso del mondo. Guida spedizioni, imbarca equipaggi di ogni angolo del pianeta. Ne ha fatta di strada. La fuga, le montagne. L’evasione, il mare.

Potrebbe stare lì tutta la notte a raccontare. Di yacht trascinati alla deriva nell’uragano e andati perduti. Di iceberg color turchese, di baie azzurre e di approdi in cui al mattino i pinguini stanno fermi al vento e si scaldano tra loro a centinaia.

Poi Mister Capo Horn si dirige verso la cuccetta, ma prima dà una rapida occhiata all’ultimo bollettino meteo. 40 nodi da ovest, in rinforzo in giornata. “Se vogliamo salpare domani, dobbiamo alzarci prestissimo” aggiunge. “Altrimenti poi sarà spiacevole.”

Qua fuori non è il caso di esitare. Non c’è spazio per l’indecisione. E c’è una cosa che Osvaldo ha imparato, dal vento e non solo: nella vita non sai mai cosa può succedere.
Steep white sea cliffs with wooded hills and mountains in the background
Marc Bielefeld

Marc Bielefeld

Autore
Dalla mongolfiera al deserto, fino al mare e al ghiaccio: l’autore narra viaggi affascinanti e incontra persone straordinarie.
marcbielefeld.de
Jens Görlich

Jens Görlich

Fotografo
Momenti incredibili, felicità silenziosa, scene commoventi: il fotografo di Francoforte non si separa mai dalla sua macchina fotografica e cattura ciò che le parole non riescono a esprimere.
jens-goerlich.de
Lufthansa Aluminium Collection

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Compagni di viaggio
Sempre al Suo fianco in ogni avventura: la valigia vola sulla mongolfiera, siede sulla slitta trainata dai cani e vive l’emozione del lancio dei razzi, portando a casa i ricordi più straordinari.
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