Bangkok

Il sorriso del gigante

  • 13° 43' 35.4" N 100° 30' 40.0" E

  • Una città ciclopica. Gigantesca e dal cuore immenso

    La capitale della Thailandia è il regno dei superlativi. Giorno e notte, milioni di persone scorrono attraverso il colosso, passando accanto a grattacieli, mercati e templi dorati. Nel cuore del caos, un vero miracolo: la gente non si lascia andare alla follia, ma affronta la vita con un sorriso.

Non è affatto semplice cogliere il gigante Bangkok in tutte le sue sfaccettature. Lo si capisce già dal nome, che è entrato nel Guinness dei primati: formato da 23 parole, è il più lungo mai attribuito a una città. Tradotto, sarebbe più o meno così: “città degli angeli, città degli immortali, dimora delle nove gemme, sede del re, patria di innumerevoli palazzi”. Tutto d’un fiato.

Il principio dell’eccesso non affonda le sue radici solo nel nome. Bangkok si è espansa fino a diventare il più grande agglomerato urbano della Thailandia, uno degli habitat urbani più colossali dell’Asia. Su 1.600 chilometri quadrati, quasi il doppio della superficie di Berlino, la capitale si espande in ogni direzione. Dagli anni ’60 il centro è esploso. La città e due province si sono fuse, costringendo gli urbanisti a inventare sempre nuovi master plan per domare la crescita della metropoli.

Quasi 1.700 canali attraversano la città, per una lunghezza complessiva di 2.600 chilometri. Persino l’acqua è abitata: mercati galleggianti, case galleggianti, ristoranti galleggianti... gli ingegnosi abitanti sfruttano ogni singolo metro quadrato. Oggi in città vivono circa 11 milioni di persone, che diventano quasi 16 milioni se si considera l’intera area metropolitana.

Circa 400 templi, i cosiddetti wat, punteggiano il tessuto urbano; oltre 300.000 camere d’albergo accolgono ospiti da tutto il mondo. Il numero dei centri commerciali e dei noodle shop è praticamente infinito. Quello delle bancarelle di street food e dei saloni di massaggio è impossibile da calcolare.

Non c’è nulla che a Bangkok non si possa trovare. In ogni colore, dimensione e forma.

Circa 180 grattacieli si stagliano nel cielo sopra Bangkok, e diversi superano la soglia dei 300 metri, mentre nuovi edifici continuano a spuntare senza sosta. Chi pensa di trovare sui tetti soltanto eleganti rooftop bar si sbaglia di grosso. A Bangkok anche questo è la norma: sui tetti si trovano ristoranti, discoteche, campi da tennis e palestre. Il tutto, idealmente, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, incorniciato da palme, cascate e facciate di vetro.

Non se ne vede la fine. Vuoi pensare in grande? Pensa a Bangkok!
La Chinatown della città è la più grande del pianeta. Vicoli, negozi e cucine di strada formano un universo a sé. Giorno e notte, fiumi di persone si fanno strada attraverso il labirinto di mercati e bancarelle di chincaglierie. Soprattutto la Sampang Lane è un oceano di merci. Basta allungare le braccia per ritrovarsi con una busta di cosce di rana fritte nella mano sinistra e un paio di infradito verde veleno con pompon viola nella destra.
Non c’è nulla che qui non si possa trovare. In ogni colore, dimensione e forma. Nel cuore del trambusto troneggia Phra Sukhothai Traimit: con le sue cinque tonnellate e mezzo, è la più grande statua di Buddha in oro massiccio al mondo.

Il traffico è tristemente noto. Circa dieci milioni tra automobili e motorini serpeggiano ogni giorno per la città, e ogni giorno se ne aggiungono mille. Autostrade a quattro livelli si dipanano immerse nel frastuono, colonne di veicoli avanzano su quattordici corsie attraverso un mare di grattacieli, balconi, cavi elettrici, panni stesi e locali fumanti.

Su 1.600 chilometri quadrati, la capitale si apre in ogni direzione. Berlino ci starebbe dentro quasi due volte.


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Bangkok? Follia pura! E tutto questo in condizioni estreme. In questo pandemonio saturo di cartelloni pubblicitari alti fino al cielo, Bangkok è considerata anche la metropoli più calda del pianeta. Temperatura massima estiva: intorno ai 40 gradi. Gli abitanti la prendono con filosofia: “Hey, this is Bangkok!” (Ehi, questa è Bangkok!)

Dopo una lunga esplorazione della città, al visitatore sorge spontanea una domanda: come può funzionare tutto questo? Un ciclope come Bangkok non dovrebbe collassare prima o poi?

Chi arriva dal nord rurale e si avvicina a Bangkok passando da Saraburi può farsi un’idea degli sforzi logistici necessari per tenere in piedi la megalopoli. Durante il viaggio appare evidente che la città comincia già 120 chilometri prima di raggiungere il centro.

Dalle montagne a nordest spuntano dighe, centrali elettriche, torri di estrazione, oleodotti, turbine, bacini idrici e impianti eolici. Bangkok è un gigante energetico, che ha bisogno di essere alimentato senza tregua.
Poi compaiono le prime abitazioni. Seguono concessionarie, officine, magazzini, fabbriche, stabilimenti di produzione. Sopra le strade proliferano i cavi elettrici, annodandosi in fasci che, sommati, raggiungono migliaia di chilometri. I cavi pendono dai pali, oscillano fuori dalle case. Bangkok è attraversata da un tale groviglio di linee elettriche a vista che i diversi tentativi di domare il caos e interrarle almeno in parte sono falliti.

Solo dopo due ore di viaggio inizia la vera città. Si innalzano facciate di vetro. Cartelloni grandi quanto campi da calcio. Metro dopo metro, si viene risucchiati nel cuore della metropoli. I grattacieli si slanciano verso l’alto, formando canyon pieni di pubblicità. Paraurti contro paraurti si avanza nelle conche ribollenti, immersi in un cacofonico insieme di luci e di mille odori. Da qui inizia la giungla urbana.

E la domanda si fa sempre più insistente: come può funzionare tutto questo?

Gli abitanti di questa città vivono la sua immensità con leggerezza. Il segreto sta nella gentilezza. È questo che tiene in piedi il gigante. E forse non serve altro.

Un altro volto di Bangkok si rivela a chi sale in ascensore fino ai 250 metri della State Tower. Al 54o piano, scale illuminate di blu conducono all’esterno; su pavimenti di vetro gli ospiti avanzano verso una lounge sospesa nel cielo sopra Bangkok. Lo Sky Bar del Lebua Hotel è uno dei locali più eterei al mondo. L’acqua mormora, il jazz scintilla. Si servono freschi drink mentre soffia una brezza tropicale e una luna rossa scende sulla città.

Da quassù Bangkok sembra un oceano di gioielli luccicanti. All’aeroporto di Suvarnabhumi decollano i jumbo diretti nel mondo, sopra la città girano gli elicotteri. A ovest, est, sud, nord: ovunque i grattacieli si stagliano nel cielo notturno, si addensano in distretti finanziari, piazze borsistiche, enclavi del business, eppure fanno tutti parte di Bangkok.

Al Tichuca Rooftop Bar, oltre il 47o piano del T-One Building, si è al centro della scena. Centinaia di metri più in basso il traffico boccheggia e le persone scorrono nelle fibre nervose della Bangkok notturna. Qui sopra soffia una brezza tiepida, microcorrenti ascensionali circolano tra i canyon d’acciaio dei palazzi.

Suoni in stile “Cosmiq Beach” si diffondono sulla terrazza, i camerieri shakerano drink sotto una cupola scintillante di rafia. Nel palazzo di fronte, al 37o piano, gli ospiti si rilassano in piscina; poco più in là, all’Octave del Marriott, 300 metri sopra Bangkok, si accende una festa attraversata da laser. Si balla sotto le stelle.

Un signore di Hong Kong si appoggia alla balaustra ornata di fiori di loto. Indossa una camicia di seta rossa e slipper bianche e pronuncia l’unica frase ormai possibile: “Bangkok? Don’t think. Just do it!” (Bangkok? Non pensarci. Vivila.)
Il mattino dopo, su Bangkok splende un sole rovente. Sul Chao Phraya fumano le chiatte, oscillano i traghetti. Verde, il fiume serpeggia attraverso la città, fiancheggiato da templi, ruote panoramiche e pontili che risucchiano l’acqua.

Davanti al Mandarin Oriental arrivano limousine climatizzate. Gli ospiti siedono dietro vetri scuri. Sono arrivati da Tokyo, Nairobi, Parigi, Francoforte, Shanghai, Mumbai, da ogni parte del mondo. Nella hall sembrano fluttuare su marmi illuminati e fanno il check-in, immersi nel profumo di gelsomino diffuso dai ventilatori. Una delle giunche-taxi li porterà oltre il fiume, verso Patpong, dove i mercati notturni trasformano il giorno in notte e la notte in giorno.

È lì, al più tardi, che si incontra un altro superlativo di Bangkok: le galassie culinarie della città. Inutile tentare di descrivere il mare di aromi e spezie in cui ci si tuffa. I pesci, i maiali, i gamberi immersi negli agrumi e i germogli di bambù che sfrigolano nel succo di mango. Mangiare a Bangkok è come un’orgia sempre disponibile. Cos’è che disse lo chef francese Jean-Georges Vongerichten? “Arrivai a Bangkok nel 1980. Avevo 23 anni, e mi cambiò la vita.”
In un locale aperto sul fiume, la sera, siede Benya Hegenbarth. Per l’aperitivo ci sono birra fredda e un piatto di involtini primavera. Hegenbarth, figlio di un tedesco, è nato a Bangkok. Ha vissuto in Inghilterra, a Parigi e negli Stati Uniti. Per sei anni ha lavorato a New York. Le grandi città lo affascinano. Da 15 anni è tornato a Bangkok. A casa.

Hegenbarth parla inglese, tedesco e thailandese, la sua lingua madre. Lavora come produttore in città: prepara spot pubblicitari, cerca location, persone e motivi lontani dal mainstream.

“Mainstream?”, Hegenbarth ride. A Bangkok il mainstream di oggi diventa la polvere di ieri la sera stessa. “Bangkok è veloce”, dice. “I trend, gli umori.” Bisogna conoscere i passaggi segreti, i cortili nascosti, i piccoli bar a 150 metri d’altezza e le feste annidate nel brusio della città.

È questo che rende Bangkok ciò che è: le sfumature, i piccoli gesti nell’ossatura della megalopoli. Spesso Hegenbarth accompagna troupe televisive impegnate nel tentativo disperato di catturare immagini che descrivano chiaramente la città. La domanda è: da dove cominciare, dove finire?

“Bangkok è una città selvaggia”, dice Hegenbarth. “Ma allo stesso tempo è anche molto aperta, più accessibile di tante altre metropoli.” E poi c’è un’altra cosa che ama. Il thailandese-tedesco dice: “La gente è gentile, non si dà troppa importanza.”
Quell’ultima frase resta nell’aria. Dopo qualche giorno quelle parole diventano la colonna sonora di Bangkok. E poi, scosso da un sovraccarico di stimoli, il visitatore straniero si accorge che è proprio così. Il portiere, il guidatore di tuk-tuk, la commessa del sushi shop: tutti sorridono. Lo strappa-biglietti sulla giunca, la barlady nel cielo: tutti ridono. Intorno, sopra, sotto, davanti, dietro, accanto: tutti scherzano e fanno battute. Si ride di gusto, si sorride. Gli abitanti di questa città vivono la sua immensità con leggerezza. Custodiscono gioia e la regalano, offrendo ciò che non si può comprare con il denaro. Sorridono. E allora lo straniero capisce. Il segreto sta nella gentilezza. È questo che tiene in piedi il gigante. E forse non serve altro.
Ringraziamo l'InterContinental Bangkok, il Sindhorn Kempinski Hotel Bangkok, il Vertigo & Moon Bar del Banyan Tree Bangkok e il Kross Padel Bangkok.
Marc Bielefeld

Marc Bielefeld

Autore
Dalla mongolfiera al deserto, fino al mare e al ghiaccio: l’autore narra viaggi affascinanti e incontra persone straordinarie.
marcbielefeld.de
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