Canada

Le signore del fiume
Yukon

60° 42' 50.9" N 135° 04' 33.3" W

Prossima meta: la tundra, terra di orsi e fiumi selvaggi

Nella solitudine nordica, un tempo i cercatori d’oro delimitavano i loro appezzamenti e Jack London trasformava il Klondike in un mito. All’epoca, tra i cercatori di fortuna, c’erano anche alcune donne. L’audacia delle pioniere di un tempo è oggi la normalità per le signore dello Yukon: lavori duri nel cuore di una natura sovrana.
A pochi chilometri da Whitehorse inizia la natura selvaggia. Percorrendo la Klondike Highway per due miglia verso nord, si apre un mondo fatto di pini, montagne e ghiacciai alti 4.000 metri. Fiumi gelidi attraversano il territorio dei popoli indigeni, mentre la tundra si estende fino all’Artico. Una terra popolata da mandrie di bisonti, salmoni e grizzly.

Idrovolanti sorvolano la città, mentre dietro la vecchia stazione ferroviaria scorre il fiume Yukon. “North of Ordinary” è il nome con cui si identifica questa regione. Una destinazione oltre i confini della zona di comfort. In inverno le temperature precipitano: non è raro che raggiungano i meno 40, persino meno 50 gradi. Le auto vengono collegate a cavi elettrici per evitare che l’olio nel cambio congeli.

Bastano i nomi a far venire i brividi. Territorio dello Yukon, fiume Klondike. L’Alaska poco distante, a nord il mare di Beaufort. Più a sud si trova il leggendario Chilkoot Pass, oltre il quale iniziavano i territori dei vecchi cercatori d’oro. Durante la grande corsa all’oro del 1896, oltre 100.000 stampeder invasero queste terre: orde di avventurieri disposti a rischiare la vita per arricchirsi in fretta. Molti, però, trovarono la morte invece dell’oro. Il gelo, i lupi. E molti provenienti dal sud non avevano idea di ciò a cui andavano incontro.
Anche Jack London venne qui. L’autore de Il richiamo della foresta e de Il lupo di mare, che trasformò il richiamo della natura selvaggia in letteratura mondiale. Le sue storie resero lo Yukon un luogo mitico. Whitehorse e Dawson City erano allora le porte d’ingresso per la wilderness. Nei saloon si aggiravano bande selvagge: avventurieri e malfattori, giocatori d’azzardo e vecchi sdentati, che si sfidavano a colpi di pistola. E ovunque profumo di oro e dinamite.

Oggi il vero tesoro dello Yukon è la sua natura monumentale. In estate arrivano canoisti, paddler, escursionisti, arrampicatori. C’è anche chi viene per pescare, chi si fa portare nella wilderness per fare escursioni con le racchette da neve o per vedere l’aurora boreale. A nord di Whitehorse si estende mezzo milione di chilometri quadrati di foreste boreali, attraversate da catene montuose e altipiani deserti. La Germania potrebbe entrare quasi due volte in questo territorio. Eppure qui vivono appena 43.000 persone. Lo Yukon è una delle regioni meno popolate del Canada.

A pochi chilometri da Whitehorse inizia la natura selvaggia. Una terra popolata da mandrie di bisonti, salmoni e grizzly.

Chi vive e lavora qui deve avere la pelle dura. Bisogna saper spaccare la legna, sentirsi a proprio agio su una motoslitta e non farsi prendere dal panico se un orso nero si avvicina all’improvviso.

Un martedì mattina, Elise Brown-Dussault si trova davanti alla caserma dello Yukon First Nation Wildfire Department. La canadese carica su un camion pesanti motoseghe e uno zaino con attrezzatura di sopravvivenza. Lei e due colleghe devono entrare nella foresta per prevenire gli incendi boschivi. “Ho già visto molti incendi”, racconta. “Siamo state tutte in prima linea.”

In caso di emergenza, queste vigilesse del fuoco devono contenere gli incendi a terra: corrono, comunicano via radio, si arrampicano, spengono le fiamme mentre tutto intorno si scatena l’inferno. Brown-Dussault, 30 anni, va in magazzino e prepara motoseghe, picconi, razioni d’emergenza. “Se necessario, possiamo sopravvivere due settimane nella natura selvaggia.”
Lei e le sue colleghe, donne tutte d’un pezzo del Grande Nord, si inseriscono in una tradizione oggi quasi dimenticata. Sin dai tempi della corsa all’oro, infatti, alcune pioniere sfidarono la natura selvaggia: “The Pioneer Women of the Yukon”. Imprenditrici, intrattenitrici, insegnanti, infermiere, giornaliste, minatrici, casalinghe. Donne che non temevano né il gelo né le risse. Il MacBride Museum di Whitehorse ricorda: “Le donne pioniere dello Yukon dovevano essere tenaci e ingegnose per sopravvivere, mantenere le proprie famiglie e costruire comunità nel nord.”

La vita tra i cercatori d’oro non era affatto semplice. Centinaia di uomini morirono durante gli inverni. Nei villaggi proliferavano criminali in cerca di guadagni facili: un vero Eldorado dell’illegalità. Tra queste figure spiccava Kathleen Eloise Rockwell, cantante del Kansas che fece parlare di sé nello Yukon. Portava il suo soprannome come una pistola. Ecco a voi Klondike Kate.

Si guadagnava da vivere come ballerina di tip-tap, ma anche lei cercava l’oro. In seguito fece carriera come imprenditrice. Klondike Kate divenne una star dello Yukon, guadagnando 200 dollari a settimana, più della maggior parte dei cercatori d’oro che lasciavano il nord a mani vuote.


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Tra le “Women of the Gold Rush” più note c’era anche Belinda Mulrooney, che grazie a hotel, partecipazioni in concessioni minerarie e bar divenne la donna più ricca del Klondike. Le giornaliste americane Emma Kelly e Annie Hall Strong si fecero un nome nella stampa. Harriet Pullen, invece, iniziò vendendo provviste ai cercatori per poi organizzare trasporti a cavallo e diventare proprietaria del Pullen House, uno dei migliori hotel del Grande Nord.

Nelle fotografie d’epoca si vedono queste donne coraggiose sedute lungo il fiume Yukon, con le montagne innevate alle spalle. Le prime signore del Klondike non si limitarono a rimboccarsi le maniche: furono probabilmente tra le prime a contribuire alla trasformazione del Canada in un Paese moderno.

Oggi altre donne ne hanno raccolto l’eredità. Ad esempio Mandy Johnson, nata a Whitehorse e cresciuta lungo lo Yukon. Già i suoi bisnonni possedevano una fattoria ad Alberta. A cinque anni era già in sella, a dodici organizzava le prime escursioni per guadagnare qualcosa: tour attorno al lago Laberge, a cavallo verso la wilderness.
Dopo gli studi in tutela dell’ambiente e della natura, oggi possiede una fattoria dove vive con il marito, i figli, 25 cavalli e 55 husky dell’Alaska. Mandy Johnson, oggi 48enne, organizza tour professionali, conducendo i visitatori dove nemmeno gli elicotteri arrivano: tra fiumi, torrenti, foreste e campi base sulle montagne. Dal ranch lo sguardo si apre verso nord. Davanti alla porta di casa si estendono le Grizzly Mountains, le riserve naturali e le terre delle First Nations. “Vado in città una volta alla settimana”, dice. “Mi basta.” Non ama i muri né i semafori. Nel suo inglese canadese-americano lo dice così: “I’m a country person.”

Di recente ha accompagnato dei ricercatori ai campi di detriti ai piedi dell’altopiano dello Yukon. Sono partiti in sella ai cavalli, carichi di bagagli e attrezzature. Gli scienziati volevano studiare il comportamento dei pica, il linguaggio fatto di suoni estremamente acuti delle cosiddette “lepri fischianti” locali.

Oggi molte donne svolgono lavori che un tempo nemmeno i più audaci tra gli uomini avrebbero potuto immaginare.

Per le donne di oggi la vita nel rigido nord è diventata la normalità. E non di rado, nel Klondike, svolgono lavori che un tempo nemmeno i più audaci tra gli uomini avrebbero potuto immaginare. La mattina seguente, Rachel Morris si trova sulle rive del lago Schwatka. Scende verso l’acqua e sale su uno stretto molo: un pontile per idrovolanti.

Morris, 41 anni, è una bush pilot, una delle tante nello Yukon. È arrivata a Whitehorse nel 2011 e oggi è tra i piloti più esperti della regione. Insieme alla collega Joyce Rempel lavora per la piccola compagnia aerea Alkan Air. Le due trasportano geologi, minatori, cacciatori e merci negli angoli più remoti della regione. Spesso decollano con barili pieni di cherosene e diesel per rifornire di carburante gli avamposti isolati. E quando i canoisti vogliono essere lasciati nella wilderness, Rachel Morris fissa semplicemente le canoe ai galleggianti del suo velivolo e decolla.

Vola con gli aerei di Alkan Air fino a Old Crow e poi verso nord fino a Sachs Harbour. Lì atterra accanto all’unico insediamento su Banks Island. Solo 100 persone vivono sulla soglia dell’Artico, accanto alle più grandi popolazioni di oche e buoi muschiati del Nord America.

Morris dice: “Il volo per arrivare fin là ti dà un’idea delle dimensioni di questo Paese.” E no, non vorrebbe scambiare quella vista dal finestrino della cabina di pilotaggio con nessun’altra. Una volta bush pilot, per sempre bush pilot.
Sopra lo Yukon splende il sole. Un leggero vento da sudovest soffia sull’acqua. Morris controlla il carburante e il livello dell’olio. Sale in cabina e prepara il velivolo. Poi avvia il motore e porta la turbina a pieno regime. Sulla riva si solleva la polvere, gli alberi tremano.

Rachel Morris ama lo Yukon e non lo cambierebbe con nessun altro posto al mondo. Una volta bush pilot, per sempre bush pilot.

È passato ben più di un secolo dai tempi della corsa all’oro. Epoche di grande fermento, decenni di emancipazione. Eppure alcune cose sono rimaste pressoché identiche. Forse è il nord. I fiumi, le montagne. I pini, gli orsi e la forza di un grande cielo libero. Lassù, nello Yukon, le donne hanno sempre seguito una sola regola: fanno ciò che non possono fare a meno di fare.
Marc Bielefeld

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Autore
Dalla mongolfiera al deserto, fino al mare e al ghiaccio: l’autore narra viaggi affascinanti e incontra persone straordinarie.
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Jens Görlich

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